Il Castello di Zena


Castello di Zena Si può sempre fare un viaggio a ritroso nel tempo e ricostruire una storia per dare luce e visibilità ad un luogo, ad un oggetto, ad un personaggio. Ma questa ricostruzione, pur suffragata da fonti e ricerche attendibili, lascerà nel lettore un senso di insoddisfazione, nel visitatore una inflessione di frustrazione.
Chi viveva e come in quel luogo? Come si nutriva, si vestiva,si difendeva, si divertiva, pregava, piangeva e rideva? In che cosa credeva?
Tutto ciò è storia e cultura. Ma la storia di questo castello dimostra come gli uomini spesso non amino le cose che creano e come gli uomini moderni siano senza memoria, dimenticando che chi non ha passato non potrà avere futuro.
Perché il Castello di Zena è rimasto, in particolare nel dopoguerra, nell’oblio? Ma un tempo non era così.

Il castello di Zena nasce come borgo fortificato, in un settore appenninico e decentrato dei possedimenti matildici che si espandevano in un’area geografica compresa tra la Toscana e le province di Reggio e Piacenza (Matilde scelse come suo luogo di sepoltura l’Abbazia di San Benedetto in Polirone). La politica di mediazione nella complessa questione della lotta delle investiture (a tutti è noto l’evento svoltosi al castello matildico di Canossa alla presenza, tra l’altro, del potente abate Ugo di Cluny) portò la Contessa ad intrattenere rapporti sia con la Chiesa che con l’Impero (vale la pena di ricordare che a Bologna era Vicaria imperiale).
Tutto ciò per dire che anche il distretto appenninico compreso tra le valli del Savena, dello Zena e dell’Idice, pur con un ruolo minoritario rispetto alle città padane, fece parte di un sistema che necessitava di luoghi fortificati, atti all’offesa ed alla difesa: una rocca, secondo alcuni Autori, posta sulla sommità del Monte delle Formiche, la Torre dell’Erede (o della Rete), il Castello di Zena, la Corte di Scanello disegnano una topografia militare significativa, anche alla luce del passo appenninico della Raticosa. Gli studi, riguardanti l’area sopra indicata nei primi secoli di questo millennio, sono veramente pochi e scarsamente documentati, tranne alcuni grandi repertori, come il Calindri che risale al 1783 ed al Fantini che procede però per sintesi.
Qualche notizia in più si ricava da fonti ecclesiastiche, la data del 1078, anno della cessione dei beni matildici al Vescovo di Pisa Landolfo, riguarda un vasto distretto che va dalla corte di Scanello, al Cstello di Zena, fino al Monte delle Formiche.
Bonifazio, padre della grande contessa, aveva ceduto la comunità di Barbarolo (Barbarorum) con i suoi possedimenti alla Chiesa bolognese già nel 1034.
Intorno al Castello si formò presto una comunità che si costituì in comune ed espresse uomini insigni nel Diritto come Raimondo da Zena, discepolo di Irnerio e maestro dello Studio bolognese e Gherardo, celebre nella storia del Diritto.
Quando nel 1223 Bologna ebbe completato la conquista del contado, i fumanti a Zena erano 55 ed obbedivano al Comandante di Porta Ravegnana con tributi ed obblighi militari (56 uomini in arme parteciparono alla guerra contro Modena).
Nella descrizione storico - statistica delle Romagne, voluta da Gregorio XI nel 1371, i fumanti risultano essere 23.
Ma, data la complessa articolazione del Castello, è facile intuire che la gente del luogo lavorasse per il borgo o al suo interno. Per qualche secolo mantenne l’originaria funzione difensiva e offensiva: nel 1260 i Conti di Loiano vi tennero prigioniero Guido Salvatico da Dovadola. Non solo gli edifici delineano, in quel periodo che va dal XII al XV secolo, un profilo militare del luogo (tre torri collegate da camminamenti, doppia o forse tripla cinta muraria, sala d’armi, accesso difficoltoso lungo il sentiero ai piedi del muro), ma altre strutture fornivano al borgo una completa autonomia: pozzi e cisterne (ancora funzionanti) alimentati dalle acque pluviali, da sorgenti ancora attive ed infine dalle acque dello Zena rese accessibili dalla grande torre – cisterna addossata allo sprone di roccia su cui sorge il complesso.
L’abbondanza di acque, sia superficiali che di falda, è ancora ben visibile sia nei ruscelli che attraverso il bosco e che un tempo confluivano ai lavatoi, sia nella vegetazione sempre verdeggiante che ancora oggi alimenta e protegge specie erbaceo – floreali rare.
La conserva sotterranea, a temperatura stabile, garantiva una riserva di neve pressata fino ad estate inoltrata, di cui potevano disporre tutti coloro che lavoravano sul posto.
I forni per la cottura del pane posti in prossimità della legnaia avevano lo stesso valore di servire alla comunità e di renderla autonoma.
Sempre entro le mura sorgeva l’oratorio di Santa Cristina che rimase fino alla fine del 800, sotto il giuspatronato dei signori del Castello; poco sotto era ricavato il cimitero. Qui una lapide molto antica ispirò allo scrittore Garagnani un romanzo pubblicato a Ferrara nel 1876, sull’infelice amore di Zenobia de’ Zambeccari che l’odio di parte trasformò in tragedia, in quanto la fanciulla si suicidò.
Tutti gli elementi architettonici sopra indicati sono tipici della fortezza in area emiliana.
Molte illustri famiglie bolognesi entrarono in possesso del bene: Lambertini, Cossa, Foscherari, Mezzovillani, Gandolfi, Agucchi, Rivani ed infine la marchesa Maria Sassoli de’ Bianchi a cui si debbono gli ultimi restauri. Essi, molto ammirati dal Della Casa suscitano invece qualche perplessità in Fantini.
La trasformazione da fortezza in residenza era cominciata comunque assai prima e con questo il progressivo abbandono della costruzione a carattere difensivo. Una frana, verificatosi nel corso del 600 aveva aperto un nuovo accesso : quello attuale che, essendo più agevole all’antico, fu assai più praticato, decretando il disuso e quindi la rovina dell’altro. Sempre in quel secolo, o poco dopo, fu innalzato il grande portale che immette nel cortile della torre; non uguale sorte alle altre due che cambiarono forma e funzione. Sulla sala d’armi venne edificato un grande ambiente che, a giudicare dalla vastità e dal superstite decoro parietale, dovette essere destinato a riunione famigliare o conviviali. L’accesso aperto verso la torre (su due piani)creò con questo un corpo sostanzialmente omogeneo, in quanto anche la torre trecentesca ricevette un adeguato ammodernamento; furono ricavati una loggia al piano terra e vari ambienti ai piani superiori con camini e decorazioni dei soffitti e alle pareti.
Si delineò così una parte monumentale con accesso dal portale ad una di servizio che inglobava in vario modo quanto rimaneva delle precedenti strutture. Tuttavia sul finire del 800 l’edificio necessitava di nuovi, sostanziali interventi per lo stato di degrado in cui versava (Della Casa). Furono i restauri Sassoli che hanno lasciato visibili tracce nelle merlature, nei decori in cotto, nelle bifore in arenaria con impresso lo stemma gentilizio, nei tondi, nelle piccole finestre quadrate. Nel corso della seconda guerra mondiale l’attestarsi del fronte sulla linea gotica colpì duramente il comune di Pianoro ed il Castello che vide insediarsi dentro le sue mura un comando tedesco. Le artiglierie alleate piazzate sul costone di Gorgognano presero necessariamente a bersaglio le vecchie strutture causando ingenti danni, ma alcune parti resistettero mentre il comune di Gorgognano andò interamente distrutto. Altre tracce ha lasciato la guerra: un cunicolo a doppia entrata ricavato dagli abitanti del luogo alla base della grande torre angolare, come rifugio antiaereo, mentre i prigionieri americani rinchiusi in alcune stanze del piano terra hanno inciso i loro nomi, lo stato di provenienza, qualche data. Il tutto è ancora leggibile sotto gli intonaci. La guerra e la successiva ricostruzione hanno cancellato molto del passato; ciò nonostante il luogo conserva ancora grande dignità e bellezza.

Il complesso denominato Castello di Zena è composto da un insieme di edifici di varie epoche in cui nonostante lo stato di degrado, si può distinguere una parte monumentale ed una che sembra accessoria. Si pensa che questa sistemazione risalga all’ultimo intervento anteguerra, effettuato dalla marchesa Maria Sassoli dè Bianchi. Il Castello sorge ai piedi del Monte delle Formiche sopra un rialzo di banchi arenaria, rivestito di boscaglie di quercia. Vi si accede da una strada vicinale nella prima parte, privata nella seconda che, con un giro di 360°, porta al giardino alberato antistante gli edifici, sia quelli monumentali sia quelli accessori. Non si tratta dell’accesso antico; questo utilizzava il viottolo denominato San Giustina che, prima di condurre alla chiesa di S. Cristina oggi distrutta, piega verso un sentiero che si snoda ai piedi di un muro di cinta del Castello e porta ad un diverso ingresso. La strada vicinale che prosegue fuori dai confini della proprietà costituisce un antico percorso che raggiunge il Monte delle Formiche passando per la Torre dell’Erede. Appare chiaro come queste strutture fossero parte di un unico sistema difensivo, direttamente collegato mediante un via interna che passava tra campi, boschi ed incolto.